15 Giugno 2021
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FRANCO BATTIATO – QUELL’ULTIMO THE’ AL CAFE’ DE LA PAIX

25-05-2021 03:00 - Musica e Spettacolo
La recente scomparsa di Franco Battiato ci priva di un artista poliedrico, un intellettuale fuori dagli schemi, un mistico, un uomo che ha fatto della sua carriera una continua ricerca.
Non sta a me declamare i suoi infiniti meriti artistici, ma vorrei piuttosto soffermarmi sul mio reale incontro con lui tra i solchi di un album che alcuni considerano “minore”, ma che a me ha fatto apprezzare il suo talento.

Nel 1981 usciva per la EMI “La voce del padrone”, album fondamentale nella musica italiana, che reindirizzò i canoni della forma-canzone e da cui quasi tutti presero spunto per creare quello che qualcuno definì “il nuovo pop italiano”. Io ho solo 6 anni, ma conosco presto i brani di quell’album, da “Bandiera bianca” a “Cuccuruccuccù”, da “Summer on a solitary beach” a “Centro di gravità permanente”. Non capisco bene cosa vogliano dire i testi, ma a pelle mi piacciono.
Passano gli anni ed io, pur dedicandomi ad altri cantautori, lascio sempre una porta socchiusa attraverso cui ascoltare i brani di Battiato.

Nel 1993 trovo in un negozio di dischi un album dalla variopinta copertina di sapore naturalistico che raffigura un uomo barbuto con le mani in tasca e che si rivela essere proprio lui, il maestro.
Titolo : “Cafè de la Paix”.
Scorrendo i titoli dei brani mi incuriosisco sempre più e decido di acquistarlo con grande soddisfazione del negoziante!
Inutile dire che a distanza di tanti anni è l’album di Battiato a cui sono più legato e che conosco meglio, avendolo ascoltato centinaia di volte e scoprendo sempre particolari nuovi. Sì perché lui è così, ti spiazza e ti meraviglia ed anche quando sembra perdersi in mistiche elucubrazioni, sa presto riportarti ad una più “comoda” comprensione del mondo.


In 8 brani, per una durata complessiva di 31 minuti, riesce a toccare i temi a lui cari e a servirceli in un formato canzone che ha venature rock e classiche, portandoci in quei “mondi lontanissimi” (per citare un altro suo album, n.d.r.) in cui convivono la ricerca sull’esistenza, la mitologia e la storia antica come metafora dei giorni nostri.
L’amore per la cultura e la storia orientale che permea tutta la sua carriera e la sua ricerca, qui ci viene restituito con la leggerezza propria dei grandi divulgatori.


Apre l’album il brano che gli da anche il titolo, ovvero “Cafè de la Paix” in cui l’autore si ricollega al tema del sogno come viaggio per capire meglio la nostra esistenza, con rimandi al filosofo e scrittore armeno Gurdjieff.
La seconda traccia è “Fogh in Nakhal”, un canto della tradizione irachena che il nostro artista canta in arabo e punteggia di venature rock. Il brano è presente anche nella scaletta del concerto a Baghdad che tiene qualche mese prima dell’uscita del disco, un concerto storico perché segna un’apertura della dittatura del tempo ad un artista occidentale a cui si riconosce un peso culturale che travalica le ideologie politiche.

Il terzo brano è “Atlantide”, narrazione del mito della città perduta arrivata a noi attraverso gli scritti di Platone. Battiato descrive la nascita della città e successivamente la sua corruzione e la caduta. In un verso canta che i suoi abitanti “non sopportarono neppure la felicità” e divennero umani nel senso più negativo del termine.

Seguono “Sui giardini della preesistenza”, con riferimenti ancora a Gurdjieff e “Delenda Carthago”. Il primo brano ha tutto il sapore della ricerca sui temi della meditazione e della reincarnazione, il secondo riprende il tema storico/mitologico già affrontato con “Atlantide” raccontandoci la forza e l’onnipotenza dell’Impero Romano responsabili della corruzione e dei vizi del suo popolo.

Di nuovo il tema della meditazione in “Ricerca sul terzo” con una ricerca che richiama il Battiato degli anni ‘70, quando sperimenta attraverso l’elettronica e l’avanguardia nuove forme sonore.

Poi arriva quello che, secondo il mio modesto parere, è il brano capolavoro dell’album, “Lode all’inviolato” che il nostro riprenderà spesso nei concerti dal vivo con un arrangiamento più classico e meno rock rispetto al disco.
E’ un pezzo sull’umanità e la propria consapevolezza di essere profughi dal Paradiso e sulla cecità che le esperienze negative ci offrono ogni giorno con una esortazione a portarci al di sopra dell’Inferno quotidiano perché “sterile è la sua via”.

Chiude l’album “Haiku”, una raffinata poesia che riprende lo stile giapponese dei tre semplici versi che descrivono la Natura e la presa che essa ha sull’animo e sulle vite umane.
La musica è sospesa e idilliaca, pronta a portarci ad un livello superiore per evitare di fare della nostra esistenza un mero passaggio, un anonimo viaggio senza passioni.

Nella recente biografia di Battiato curata dallo scrittore Aldo Nove, egli considera “Cafè de la Paix” un album debole rispetto alla sua vasta discografia. Naturalmente questa affermazione non mi trova d’accordo pur rispettando il suo punto di vista. Per me questo album, a parte i ricordi e le sensazioni a cui è legato, si pone come un passaggio fondamentale nel suo percorso artistico tra l’album precedente “Come un cammello in una grondaia” (1991) e il successivo “L’ombrello e la macchina da cucire” (1995) che sarà l’inizio della feconda collaborazione con il filosofo Manlio Sgalambro.

Seguiranno negli anni altri album, altre ricerche nella letteratura, nel cinema e nella musica classica sempre con grande perizia e passione.

Ci mancherà la grande Anima di Franco Battiato.
Dobbiamo ritenerci fortunati ad aver potuto incrociare il suo percorso terreno e artistico.

Grazie Maestro.




Fonte: Antonio D’AMBROSIO - Platea Magazine

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